Capitale e Lavoro


CAPITALE E LAVORO

Parole al mondo

Da questo colle dal quale Francesco parlò all'umanità attraverso la propria opera, da questo colle dal quale irradiano sull'umanità le energie di Francesco parlo a voi, amici e discepoli, poiché in voi identifico l'uma­nità[1].

 

È tempo che gli uomini abbiano presente l'ammonimento dell'Eterno: i «segni evidenti e chiari» si moltiplicano ed invitano le genti verso quella via da esse abbandonata e che va necessariamente ripresa e percorsa.

 

Il movimento francescano non può rimanere a sé stante come splen­dente gemma nel forziere del ricco. Bisogna che tale sfolgorante preziosità proietti i suoi raggi, le sue radiazioni sugli esseri umani, incendiandoli, co­municando loro le proprie prerogative; è necessario, cioè, che gli uomini in­tendano il richiamo del Cristo prima ed il richiamo di Francesco dopo. Non più barriere fra individuo ed individuo, non più barriere fra paese e paese, ma una sola quantità legata indissolubilmente dalla potenza dell'Amo­re che affratella. È necessario giungere a ciò: guai a colui che non inten­de la profondità del monito!

 

Si evolsero le masse e si evolvono ancor oggi, ma con tendenza a ral­lentare il movimento, mentre il tempo stringe ed il moto deve essere acce­lerato: il richiamo può essere imminente e quando giungerà le genti do­vranno essere affratellate.

 

Questo sentimento spingente gli individui verso l'egemonia deve scom­parire.

 

L'uguaglianza deve imperare.

 

Tutto ciò che Io dico si riferisce sia al moto sostanziale che al movi­mento umano, quello umano non può a meno di essere la ripercussione, lo specchio del movimento sostanziale. Coloro che ricevono il dono del Pane superiore, moltiplichino il dono e lo distribuiscano, operino cioè la molti­plicazione dei pani e dei pesci: sfamare le genti, portare a conoscenza di queste la Verità nella sua forma Una!

 

Da questo movimento intelligere, da questo conoscere superiore deve scaturire e scaturirà inequivocabilmente l'eguaglianza fra le genti.

 

Non intendo per «eguaglianza» il valore assoluto. La società ha pur delle necessità inderogabili, delle differenziazioni che non possono essere di­strutte se non con nocumento della società stessa. Ma queste differenzia­zioni, queste non caste ma diversità sociali non devono essere condotte in forma ed in quantità tale da provocare disarmonie, sbalzi cioè di potenzia­le, ma giusto ritmo di un maggiore o minore sapere, di un maggiore o mi­nore contingente di possibilità umana.

 

Se dico che il movimento sapere è legato al movimento umano, è certo che non vado errato. Il Cristo parlò agli umani e disse operando:

 

«La povertà imperi per tutti».

 

Francesco ribadì il concetto cristico:

 

«La povertà imperi per tutti».

 

È possibile che nel tempo, ove il movimento è basato su contratta­zioni, su offerte e su domande, non abbia ad essere alterato il coefficiente moneta, se l'offerta o la richiesta provengono da parte diversa e in quan­tità diversa? No.

 

È necessario che vi sia una variazione ed è necessario che questa variazione sussista poiché l'assoluto del negativo, cioè la mancanza totale di moneta, provocherebbe nei tempi vostri uno sfacelo ambiente. Per contro è necessario che questa differenziazione sussista, in quanto la moneta deve essere utilizzata saggiamente da chi la conquista, per passare, attraverso la metamorfosi del lavoro, verso il meno abbiente. Si deve formare una cate­na, una comprensione coinvolgente l'uomo che ha la moneta e l'uomo che ha la capacità di produrre.

 

Il famoso binomio «Capitale - Lavoro» non può non sussistere, ma deve perdurare sotto l'egida dell'Amore. Colui che ha la moneta deve avere comprensione delle necessità di colui che dà la propria opera; colui che dà la propria opera non deve chiedere a colui che ha la moneta somma maggiore di quanto questi possa erogare.

 

Intendo con ciò portarvi politicamente su un piano evolutivo che col­lima con la Legge di Amore. Una cooperazione basata sulla reciproca com­prensione, sulla reciproca assistenza, sulla reciproca collaborazione; a ciò si deve giungere senza però arrivare agli eccessi, attraverso la via del razio­cinio o del sapere e non per la via della violenza.

 

«Amarsi» significa intraprendere la via per raggiungere la meta or ora segnata. Il Cristo sta di fronte a voi, erogatore di energia nel tempo, ed an­cor oggi, come lungo il Suo cammino vitale, come da sempre, e così per sempre, Egli elargisce agli umani le proprie capacità, il proprio sapere e, soprattutto, il proprio amore e la propria misericordia.

 

A chi spetta il compito per fondere queste masse in disarmonia l’una rispetto all'altra?

 

A chi spetta il compito per fondere gli individui in disarmonia l'uno rispetto all'altro?

 

A chi spetta il compito per fondere queste nazioni tese unicamente ver­so una egemonia catastrofica, verso un predominio disastroso?

 

Spetta alla Chiesa! E alla Chiesa non si chiedono esami approfonditi dell'opera da essa svolta fino ad oggi, ma solamente, semplicemente, le si rivolge un'invocazione: essere conscia del ministero che le spetta, essere conscia delle eredità lasciatele dal Cristo; s'invoca cioè dalla Chiesa il con­tributo che essa deve, per Legge Divina, portare all'umanità: soccorso di sapere superiore, assistenza spirituale nel senso sostanziale dell'espressione, comprensione degli errori umani, non condanne ab aeterno, ma conduzione degli individui nel campo della metamorfosi, nel campo della revisione del proprio passato, nel campo del rimorso, cioè nel campo della vittoria.

 

Alla Chiesa spetta il compito principale e, ove la Chiesa non dovesse raccogliere l'invito, sarete voi, amici, a rendervi emancipati dalla Chiesa ed a predicare alla vostra volta, non al deserto, ma agli ardenti, la parola di amore seminata dal Cristo e ripetuta da Francesco.

 

Da questo colle che conosce ancor oggi il sacrificio del divin France­sco, da questo colle che ancor oggi ne risplende, Io invito ancora una volta voi tutti indistintamente, al di là di censo, al di là di religioni, al di là d'in­teressi politici, interessi di casta, interessi individuali e collettivi, invito tutti, dico, a stringervi attorno ad un solo ideale, all'ideale della pace, all’ideale della fraternità.

 

Cessino gli armamenti, cessi la fabbricazione degli ordigni di distruzio­ne; si plasmino, invece, le menti e le coscienze verso la costruzione di nuovi fattori di pace, di nuovi fattori di armonia, di nuovi fattori di amore.

 

È necessario che ogni popolo abbia il benessere spettantegli e per be­nessere intendo il «quantum intellettuale» ed il «quantum sostanziale». Al quantum intellettuale potranno provvedere gli uomini, tanto più brillantemente quanto più essi saranno nella fede, cioè quanto più essi dalla fede sapranno ritrarre gli ammaestramenti, gli incitamenti e le energie di superamento. A questi uomini Io mi rivolgo ancora una volta dicendo: siate fa­citori di ordine. Alle altre masse, alle masse costantemente in subbuglio perché spinte a ciò dai mestatori dico: non dal caos, non dal disordine può scaturire, può nascere il vostro benessere, ma unicamente esso germoglia, nasce, scaturisce dal ritmo, dall'armonia, dalla pace, dalla concordia.

 

Il Cristo ha predicato la pace, gli uomini devono seguire la via trac­ciata dal Cristo. Vano è ribellarsi; la via deve essere seguita, se non in un tempo, in altro tempo con maggior fatica; perché allora tardare a raggiun­gere la Meta? Nel Nome dell'Eterno, nel nome e nel ricordo di Francesco Suo servo diletto, invito voi tutti, uomini nel tempo, uomini nel finito a riu­nirvi, a sotterrare rancori, odii, interessi nazionali per fondervi sotto l'egida di un unico interesse, quello di raggiungere la Meta definitiva, il Padre.

 

Queste parole servano di ammonimento e di spinta: accelerate il mo­to, predicate la pace, predicate la concordia, seminate ovunque la parola di amore e la parola di perdono, siate esempio di amore, di perdono e di com­prensione. Tutto ciò necessita, tutto ciò suoni per voi a conquista di un bene che non tutti conoscono, ma che l'Eterno vi ha promesso, il Suo abbraccio infinito per l'eternità!

   

Parole di carità

Nel Nome de lo Altissimo et Potentissimo Bon Signore, su di voi la Soa Alta et Divina Beneditione.

Sia gloria et laude a l'Altissimo et Potentissimo Bon Signore che volle lo dolore allignato nel finito; sia lode al dolore quando esso si cangia in gioia ed è lo dolore allora cosa gratiosa assai et bono et glorioso dono. La gioia è malvagia cosa et è, invece, bella et formosa et lucente cosa quando la gioia è dolore, è dolore di rimorso, è dolore di affanno, è pianto per l'er­rore, et voi tutti che siete di vaga forma, di aspetto bello et distinto, siate, come lo Signore vostro, Spiriti, invece di materia.

Guardate non a la forma vostra, ma all'interior vostro et così l'anima assurgendo saprà creare nel tempo la cosa perfetta, la cosa assoluta. Siate voi artefici di ogni bene, siate voi artefici di ogni amore. Ascoltate ciò che io vi dico: siate homini generosi, siate homini formosi, siate delicati nell'intendere, delicati ne l'operare et gentili sieno le donne et pretiose come a donna si conviene et formate un unico fiore et spandete un unico profumo di castitade, di umiltade, di semplicitade.

Laudato sia lo Altissimo et Potentissimo Bon Signore per lo bene che fa a l'umanitade elargendo la Misericordia Soa.

Laudato sia lo Altissimo et Potentissimo Bon Signore per aver donato a voi homini un ambiente caro, perfetto, armonioso, che canta de l'Eterno le glorie, l'amore, la giustizia et la potenza.

Et voi come potrete amarvi l'un l'altro come il Signore ama voi?

Ascoltate: lo Signore ha creato ogni cosa, ha creato l'homo et ha creato la soa casa, la terra. Egli ama lo Soo homo et la Soa terra et coltiva lo Signore la terra per lo Soo homo et ci dà sora acqua per l'umidore, frate sole per lo calore et sora rondine per la musica et il cinguettio et frate al­bero per le fronde e per lo frutto. Et voi allora cominciate ad amare l'am­biente, la casa; guardate tutto quanto vi circonda come fossero tante altre creature.

Non disprezzate l'albero piccolo o deforme per esaltare la forma; parlate a questo albero, a questa acqua che vi serve per bere, parlate ai fiori, parlate ai frutti, parlate ai pesci et a le pecore.

Non dimenticatevi il lupo di Oggebio; mansueta la fiera non era, ma lo divenne perché sentì la parola di amore sincera. Et così osservando in casa vostra la Beneditione donatavi dal Signore, voi noterete come tutto sia cor­tese, come tutto sia gentile, come tutto sia perfetto, come tutto sia caro et dignitoso; et ogni cosa osservata et ogni cosa amata, sentirete di essere fra­telli di ogni cosa. Et così legati a quanto vi è dattorno, dopo non potrete a meno di legarvi ai vostri simili.

Non guardate con disprezzo li humili, non guardate con disprezzo i sem­plici, non guardate con disprezzo i poveri, ma dei semplici, delli humili, dei poveri fatene dei ricchi e dei potenti e non havvi bisogno di moneta per fare dei potenti, ma solo et unicamente donar si conviene ad essi tutto il dono che vi ha fatto il Signore.

Et così quando parlate col potente non lasciatevi intimidire, perché voi siete più ricchi del ricco e più potenti del potente, perché credete nel Si­gnore, perché seguite la via del Signore, perché siete servi del Signore, per­ché sapete anche voi di provenire da la terra del Signore.

Non fraintendetemi quando dico questo; siete fiori del Soo campo et perciò di questo campo avete tutte le ripercussioni.

Et predicate fra li homini che vi sia la pace, et predicate che vi sia la semplicitade et a le donne dite che vi sia l'onestade et la modestia, il costu­me che si addice a la donna. Et al fanciullo preparate la cena et la cena sia fatta di pane et di vino perché possa crescere robusto, dignitoso, orgo­glioso, non di insano orgoglio, ma di orgoglio di conquista, et così proce­dendo et arando di giorno in giorno un pezzettino del campo vostro, voi giungerete a la fine del dì avendo arato tutto il campo.

Le stigmate, i segni del Divino Redentore che il Signore volle degnarsi di offrire a l'indegno servo, non preoccupatevi anche se non le avrete, non è gran cosa; potrete salire egualmente al Padre vostro solo che siate boni, solo che non pensiate male, solo che non mormoriate male.

Sia laudato lo Altissimo et Potentissimo Bon Signore, sia laudato in terra et in cielo per l'eternitade. Affinché voi possiate intendere questa in­vocatione, vi dirò, fratelli, che nissuno di voi potrebbe respirare senza la Soa Misericordia, vi dirò, fratelli, che nissuno di voi potrebbe vivere senza lo Soo Respiro, vi dirò, fratelli, che nissuno di voi potrebbe cibarsi se Egli non vi desse prima lo Soo Cibo.

Ecco la Croce mia; la moltiplico, la do ad ognuno di voi; su voi tutti, sul vostro ambiente, ove vi riunite nella fede, nel pensiero, ne l'opera, io traccio il segno del Redentore che è segno di Vita Eterna.

Et ora per tutti la prece del momento:

Nel Nome de lo Altissimo et Potentissimo Bon Signore, eleviamo al Padre nostro la prece affinché Egli conservi i nemici vostri, affinché ad essi dia pace, affinché ad essi dia gioia, affinché ad essi dia vita, affinché attra­verso la vita abbiano il tempo di ravvedersi et pentirsi.

Nel Nome de lo Altissimo et Potentissimo Bon Signore, sia laudato nel­l'eternità il Padre, sia laudato il Figlio, sia laudato lo Spirito Santo affinché col Padre, col Figlio et con lo Spirito Santo l'umanità possa essere solleci­tamente salvata.

Nel Nome de lo Altissimo et Potentissimo Bon Signore, sia laudato il sole, sia laudata l'acqua, sia laudata l'aria che consentono a voi la vita et sia laudata questa vita, benigna et dolce cosa, perché vi consente la con­quista del trono.

Pace eterna a voi!

Francisco

Commento entelico

Da Ascesi parlai al mondo. Le Mie parole furono tenute, dai più, in non cale, e ciò sta a significare lo scarso rendimento evolutivo della massa. Al­tri raccolsero il richiamo e cercarono di adattare lo stesso ai propri inte­ressi al fine di modificarli senza causare danno alcuno. Altri, infine (e sono i meno) studiano tuttora le Mie espressioni allo scopo di poterle trasfor­mare in un movimento concreto, in un ingranaggio capace di trascinare nel suo moto anche le masse ostili.

A costoro, a coloro che operando nel tempo apparentemente per il pro­prio moto vitale operano invece in pro dell'umanità, Io porgo il Mio aiuto e questo aiuto consiste in altri pensieri, in altre espressioni che Io offro loro affinché se ne servano per smuovere nuovi possibili ostacoli.

«Parole al mondo» richiama l'umanità sulla necessità inequivocabile e improrogabile di creare un connubio fra capitale e lavoro, fondendo i due termini essenziali nel lievito dell'amore e, prima di ciò, amalgamandoli nel­la reciproca valutazione e comprensione. Ora Io soggiungo: per giungere al­la maturazione di questo frutto è necessario che capitale e lavoro, cioè le individualità rappresentanti l'uno e l'altro movimento, abbiano a dischiude­re finalmente la propria coscienza. Non deve urgere all'individuo il raggiun­gimento di un determinato stato di benessere, bensì e anzitutto la scelta della via per giungere al sospirato benessere; perciò deve essere scelta una via che non sospinga il meno abbiente, che non sospinga "il lavoro” verso il baratro, ma quella che sappia consentire all'individuo di chinarsi e di risollevare dal baratro le genti ivi cadute.

Utopia? No, è indispensabile unicamente far rifulgere la stella che dà l'impronta divina all'uomo, pensiero, ragione e coscienza. Il pensiero e la ragione sono i fattori capaci di creare la via per raggiungere la meta del benessere, ma è la coscienza che ha l'obbligo di analizzare, di percorrere anticipatamente la via e di valutare se questa presenti delle asperità dan­nose al più debole.

Colui che possiede la moneta si trova perennemente in una situazione di inferiorità rispetto alla Legge, poiché la Legge dice: «Povertà»; e, se la Legge nei Suoi divini disegni, nei Suoi moti karmici consente ad un indivi­duo la moneta, tacitamente la Legge impone a codesto individuo, se non l'alienazione del denaro in pro del paria, la moltiplicazione di esso a favore del paria.

Non resta altro allora, amici, per coloro che voi chiamate i legiferatori, i governanti, che far brillare ognor più la stella della coscienza, far vibrare il rimorso, e di rimorso tutti voi nel tempo siete passibili. Parlo al mondo, parlo ai governanti, parlo ai legiferatori, parlo ai capitani di indu­stria, ma parlo anche a voi; a tutti parlo e a tutti dico: per giungere all’armonia, per giungere, cioè, alla condizione indispensabile per conseguire la Meta, è necessario che ognuno sappia struggersi nel rimorso e prima di ciò è necessario che ognuno sappia valutare il tempo trascorso, l'ieri e l'oggi affinché il domani non sia ad essi simile.

Ognuno ha colpe commesse verso il proprio simile, ognuno non ha sa­puto perdonare, ognuno è dimentico della sublime espressione dell'Unige­nito rivolta al Padre sulla Croce: «Perdona loro, perché non sanno ciò che si fanno».

Ognuno, in un attimo della sua giornata terrena, si è eretto a giudi­ce e a giustiziere; ebbene, ognuno sappia risovvenirsi di quell'attimo fug­gente e riscattarlo attraverso il rimorso, solo il rimorso vi consentirà la ria­bilitazione. «Parole al mondo» potevano essere un consiglio o un ammoni­mento; l'odierno completamento rappresenta una realtà indistruttibile. Se l'umanità non conoscerà nel tempo la via del rimorso, nel cerchio del ri­morso dovrà trascorrere tempo illimitato.

- Come si può asserire l’apoliticità del messaggio or ora ricevuto su «Capitale e Lavoro»?

Quando dissi e ripetei che occorreva intensificare gli approcci fra le parti avverse ed intensificare i colloqui, avvertii di farlo in guisa tale da bandire ogni argomento politico.

La discussione infatti deve poggiare su un duplice punto sociale, il pun­to finanziario ed il punto commerciale con i relativi annessi e connessi, ma tutto ciò al di là di ogni concezione politica di parte, intendendo con ciò che lo scopo è quello di unificare lo sforzo di tutti, singolarmente intesi, per raggiungere il beneficio della massa, della totalità. Non vi è certo biso­gno alcuno di appartenere all'uno o all'altro partito, quando si tratta di por­gere una coppa di acqua ad un assetato; la coppa può e deve essere portata dall'uno o dall'altro partigiano, in quanto deve esservi una unicità di in­tenti sorretta dall'umiltà.

Bando alle idee di potere e di dominio e siano vostre solo ed unicamen­te le idee correnti di carità, di soccorso, di fraternità e di collaborazione. Chi insiste o volesse insistere nel voler evidenziare un tema politico, squi­sitamente settario, venga prima cortesemente invitato a desistere e, qualora non si fosse ascoltati in ciò, lo si preghi di allontanarsi, non essendo il Mio ambiente dedicato a pubbliche esibizioni.



 

 

[1] Da Assisi il 22 maggio 1952.