L'aborto


L'ABORTO

Ancora una volta la superbia umana vuole ergersi contro la volontà su­prema del Padre, vuol distruggere una legge morale, oltre che santa, vuole cioè «legalizzare» il triplice delitto dell'aborto. Si è chiesto il parere ai giureconsulti, ai clinici, agli ostetrici, si è cercato di creare un castello sul quale posare e saldare questa ignominia, ma la cosa dovrà naufragare. Comunque ritengo sia giunto il tempo di parlare anche fra di noi di questo orrendo misfatto, in quanto l'umanità lo ha sempre sottovalutato, non gli ha cioè conferito quel valore che voi potrete riconoscere, rilevare, dopo avere ascoltate le Mie parole.

Anzitutto una premessa che sembra nulla avere in contatto col tema della conversazione. Il Padre, il Signore dei Cieli disse alla donna: «Tu partorirai con dolore»; era il suggello ad un'impronta che non poteva, non doveva variare durante tutta la vita dell'umanità. È stabilito dalla Legge che la donna debba soffrire per quella missione che si riversa beneficamen­te su tutta l'umanità, in quanto consente la rincarnazione: è la missione del­la maternità, la più nobile delle missioni. Ed ecco che, sul declinare di questa vita[1], si vuol distruggere questo sigillo: «Tu, donna, partorirai con dolore».

 

Sostiamo a questo punto ed analizziamo prima di tutto l'ambiente nel quale si vuole operare: i genitali femminili, l'ovaio nel quale si maturano gli ovuli pronti per la fecondazione. Questi ovuli si staccano, variando il nu­mero, ad ogni ciclo lunare, per due o al massimo per tre giorni. Passano in seguito dall'ovaio in un secondo ambiente chiamato tuba, che serve di tran­sito fra l'ovaio e l'utero. Dalla tuba l'ovulo pronto per la fecondazione passa all'utero ed ecco che, se nell'esatto momento del transito dell'ovulo avviene il coito, lo sperma trasporta la parte fecondante verso l'utero. È un gruppo di esseri in piena vita, in piena potenza, che corre alla ricerca della propria preda, del proprio ovulo; sono molti questi spermatozoi, ma uno solo, il primo ad arrivare sino all'ovulo, sarà quello che vince la batta­glia, avrà il predominio sull'ovulo stesso e lo feconderà. Uno, può darsi però che gli ovuli siano due e due saranno le fecondazioni ed avremo il parto gemellare, trigemino, quadrigemino, ma sono casi eccezionali; anormalità strutturali portano a queste conseguenze, le quali sono però sempre legate ad un karma. Questa funzione è una funzione stabilita dalla Legge e ad essa non ci si può sottrarre.

 

Ecco il primo punto: lo spermatozoo afferra, copre l'ovulo. Dicono que­sti dabben messeri: «Non appena ci si accorge dello stato di gravidanza, cioè non appena ci si accorge del principio della fecondazione, si può inter­venire, limitando i casi (l'ipocrisia è evidente), per espellere l'ovulo; bisogna poter trovare l'attimo nel quale la vita comincerà, devono esservi dei segni premonitori». Siamo di fronte ad una palese prova di insufficienza cere­brale in quanto basterebbe richiamarsi al Vangelo di Giovanni che dice: «Nel principio la Parola era, tutto quanto è stato fatto è stato fatto per la Parola e niente sarebbe stato fatto senza la Parola».

 

In sintesi, questo è il concetto: siccome la creazione è un moto vitale e la materia prima usata dal Padre è rappresentata dalle energie, tutto quanto è stato creato è vivo, è vitale; nulla vi è di morto, nulla vi è di statico, tutto è movimento; perciò l'ovulo rappresenta una quantità potenziale vitale, lo spermatozoo è vivo e vitale ed aspetta di fondere le proprie con le energie dell'ovulo per ottenere l'essere umano che si chiamerà poi uo­mo o donna. E così avviene per gli animali di qualsiasi specie. Come cer­care allora l'attimo in cui diverrà vitale questo connubio uovo/spermato­zoo, se i due componenti del connubio sono vivi e vitali, sono in potenza assoluta? E assurdo! Per un dotto questa è espressione della più volgare malafede.

 

L'ambiente è stato descritto sufficientemente; guardiamo, ora, al fatto «aborto» in rapporto alla Legge.

 

Per la legge umana è solo ed unicamente un infanticidio; se però vi è la scusante del moto di onore o del moto fisico, delle necessità fisiche, al­lora l'una e l'altra cosa rappresentano una diminuente; si guarda cioè solo ed unicamente all'intervento del medico, si guarda solo alla creatura che avrebbe dovuto completarsi e che invece viene espulsa. Ci sono però altri due fattori, di cui il primo è il problema rincarnativo che è un problema del Padre. Il movimento di risurrezione dello Spirito, della massa precipitata è un rapporto esistente fra il Padre e la massa stessa; è il Padre che ha voluto che avvenisse il concepimento, perché il coito fra due esseri può essere ripetuto negativamente per un lasso grandissimo di tempo; improvvisamente a quel dato tempo - e non prima e non dopo - entra in attività il volere del Padre, la precipitazione nuova ed il principio del nuovo cammino ri­scattante. Se i disegni del Padre portano quindi a quella determinata nasci­ta, il togliere la possibilità a che questa avvenga rappresenta un ergersi contro la volontà divina.

 

Il primo peccato, perciò, il più importante dei tre, è il peccato contro il Padre. Abbiamo poi il peccato verso la comunità, verso l'umanità, in quanto il disegno del Padre portava, come meta, all'inserimento di un nuovo essere nella massa affinché la massa stessa potesse godere delle energie e dell’opera della quantità inserita, la quale a sua volta avrebbe, per moto di evoluzione proprio, potuto valutare ed assorbire le energie della massa. È uno scambio stabilito dalla Legge, per cui, privando la massa di questo apporto, si ha colpa contro la massa, verso la massa.

 

Infine, quella che l'umanità ritiene la parte più importante del fatto: l'essere al quale viene tolta la possibilità di mantenersi nello stato di pro­gresso, di evoluzione e deve riprincipiare il corso di quel ciclo di reinseri­mento, di rincarnazione.

 

Al-di-là di questa trinità negativa sta il pensiero che il legislatore ed il patologo devono portare allo Spirito, all'anima, la quale anima, nell'attimo stesso del coito, precipita violentemente e sosta davanti alla vagina della donna. Da quel momento quest'anima ha il compito di elargire, di irrorare le proprie energie sul connubio che si è formato fra lo spermatozoo e l'ovu­lo; posizione e luogo incomodi, non certo adatti ad un'anima abituata all’Infinito, per cui è costretta, in sofferenza ed in umiliazione. Questa è evi­dentemente una considerazione per arrivare alla quale tanto il legislatore che il patologo devono assuefarsi al concetto di rincarnazione, rincarnazio­ne che, come ho detto a suo tempo, è provata dai Vangeli stessi.

 

Vi sono pertanto più questioni che dovrebbero distogliere la mente del legislatore e del patologo da un'azione che Io ritengo abietta, immorale. Vi è l'ossequio al Creatore dell'Infinito: il Padre che tutto regge e tutti regge merita l'obbedienza, merita il rispetto, merita la devozione e la dedizione. L'umanità già turbata, già angosciata dalle vicende sociali, dalle passiona­lità sociali va considerata, ricordata, ed alla stessa non si può sottrarre l'ap­porto di un'energia della quale voi umani sconoscete la portata. Vi è l'or­rore, infine, di spegnere una vita che esisteva ancor prima di essere vita umana.

 

Tutto ciò rappresenta un complesso talmente negativo da indurre legi­slatore e patologo su una diversa via. Si dice da parte loro: «Possono es­servi condizioni fisiche della donna che non consentono la continuazione della gravidanza». Un attimo, un attimo solo di concentrazione; si è obiet­tato: «Conoscendo l'istante in cui comincerà la vita dell'ovulo, la vita fisica, la vita reale, si può operare prima per l'espulsione e salvare la donna».

 

Innanzitutto ovulo e spermatozoi sono preesistenti alla vita umana, al­la vita cioè nata dal connubio, alla trasformazione, alla metamorfosi, poi­ché si tratta evidentemente della metamorfosi dell'ovulo e dello spermato­zoo, entrambi quantità vitali. Se la madre poi era in condizioni tali da aver necessità di un intervento liberatore dopo due settimane di vita del connu­bio, la donna ha fatto male a chiedere la filiazione, doveva cioè rinunciarsi al coito, doveva rinnegarlo, poiché dal coito nasceva pericolo vitale. Se in­fine sono questioni di onore, la donna fa mercimonio di se stessa, per cui è il vizio che impera, è la lussuria che vuol dominare. La causa di onore è quanto mai fittizia ed apparente: due creature in preda alla passionalità, non all'amore, si danno e si posseggono; hanno cioè precedentemente pro­vato tutte le tentazioni della carne prima di cedere, poi hanno ceduto con la coscienza di cedere ed ora vogliono salvare il proprio onore, il proprio candore, accusando tacitamente qualcuno, giacché, diversamente, la causa di onore sarebbe ingiustificata. Se i due interessati, cioè, si accoppiarono senza pensare alle conseguenze dell'accoppiamento, è evidente che non han­no utilizzato la trinità che è stata loro assegnata dal Padre: pensiero, ra­gione, coscienza. La colpa perciò ricade su di essi, solo su di essi; non si può ammettere la distruzione di un essere come giustificazione di una col­pa propria.

 

Nell'un caso e nell'altro «nego» il diritto umano di intervenire.

 

Vi è altresì la donna che non può sopportare una gravidanza, fatto constatato in perfetta realtà, in perfetta verità. Ma dovete lasciarla soffrire: avete già errato quando avete usato gli anestetici per il parto, in quanto avete tolto alla donna quanto il Signore le ha assegnato: è un marchio, è un'impronta che è indelebile. I sessi non sono fatti per essere usati ad libi­tum; i sessi devono essere usati cum grano salis, nel tempo più opportuno, nelle condizioni spirituali adatte, non cioè con pensiero lussurioso, ma con pensiero amoroso, devoto, col pensiero dì operare una missione, non di ricercare un godimento fisico. Nego ancora una volta il diritto di aborto, nego il diritto di legalizzarlo in quanto la tesi proposta dalla parte avversa è una tesi negativa, priva di fondamento, deformante la verità.

 

Mi riporto ora, per il legislatore ed il patologo, agli Evangeli, i quali stabiliscono inconfutabilmente la rincarnazione, la stabiliscono ciascuno dei quattro per proprio conto. Le risurrezioni, sigillate dall'ultima, dalla divina risurrezione (quella del Cristo) promessa, stabilita quando Gesù parlò una delle molte volte al Tempio e disse: «Se Io volessi che questo tempio ve­nisse distrutto Io lo ricostruirei in tre dì». Il tempio è stato distrutto, in tre dì Egli lo ha ricostruito, così come ricostruì il tempio/Lazzaro, come risuscitò i trapassati che avevano necessità umane di essere ancora vivi e vitali.

 

Questi concetti sono semplici, apolitici, fraterni, ma segnano una via ed una morale inderogabile; li affido a voi affinché sappiate propalarli, co­me siete usi fare, senza conferir loro importanza, lasciando che dalla loro lettura sgorghi quel moto di orrore e quella preghiera devota al Padre che il concetto stesso ed il delitto stesso meritano. Procedete nel vostro cammi­no portando lume e cercando che l'ignominioso progetto venga distrutto prima della sua attuazione. Mi troverete sempre pronto ad appoggiarvi, a sorreggervi, a sospingervi, affinché le leggi del Padre non vengano per la seconda volta intaccate, ostacolate.

  


  
 

[1] Vita dell'umanità nel tempo (n.d.r.).