L'ipocrisia


L'IPOCRISIA

Vi ho parlato più volte di Giuda. Avete esaminato il movimento «col­pa» di questo partecipe del movimento cristico? Quale è la colpa di costui? L'ipocrisia. È questo il punto scottante del vostro vivere, è l'ombra che fa parte della stessa vostra carne, è la manifestazione negativa del vivere di tempo, è la scoria profondamente radicata in voi e che non tentate di eliminare, ma che lasciate accovacciata, pronta a rizzarsi, a ghermire, a colpire, a distruggere. Le manifestazioni della ipocrisia sono infinite: essa, ripeto, è la radice del Male, da essa scaturisce ogni colpa.

Il movimento evolutivo abbraccia lo scibile fino all'atomo di materia che voi definite «bruta» e ritenete «inanimata». Anche l'atomo, anime ca­re, ha subito e subisce ininterrottamente un processo di metamorfosi, pro­cesso che a voi sfugge perché lento, processo che potete scorgere unicamen­te attraverso quella che voi chiamate «storia». La variazione, la metamorfosi, il cambiamento della forma e della sostanza non è altro che muta­mento atomico.

Se la manifestazione prima potenziale (energia prima) subisce questo processo, perché non dovreste subirlo voi che vi trovate nel complesso della manifestazione atomica, cioè nella condensazione? L'atomo si evolve per legge divina. Voi pure dovete evolvervi per volontà divina sì, ma anche per vostra capacità intrinseca; non potete sfuggire a quest’opera di perfeziona­mento, però la rallentate.

Col cambiare della forma ritenete forse di cambiare la psiche? No, la psiche rimane fiamma purissima, conscia della colpa, volitiva, audace, por­tante l'eterna trina impronta; è la materia (la carne) che avviluppandola costringe la psiche a subire un palpito involutivo.

La prima manifestazione dell'ipocrisia è il «giudizio», cioè quel movi­mento che è unica prerogativa dell'Eterno. Nessuno nell'infinito dei Cieli e nel finito deve giudicare, nessuno può giudicare, perché anche alle Pure Intelligenze, agli Angeli dell'Eccelso sfugge un quid che è giudicabile uni­camente dal Divin Genitore: Egli solo può immedesimarsi nella struttura che ha donato a voi. Voi, invece giudicate ininterrottamente e siete intran­sigenti! Voi, cui giunse la luce, dono supremo, voi pure non sapete sottrarvi al morso del giudizio e, giudicato che avete, condannate inappellabilmente, cioè distruggete l'essenza (manifestazione di Amore, manifestazione di Di­vinità), distruggete i legami che vi stringono ad altre individualità, distruggete l'individualità intesa come personalità fisica nel tempo. Soffrite per questo distruggere? No! Avete postumi rimorsi, pronti a riassopirsi non appena convenienze egoistiche, opportunismo, ribellioni, gelosie ed ire, ven­gono nuovamente a turbare il vostro io. Su chi ricadrà questa manifesta­zione? Sull’individualità stessa che l'ha provocata.

Altro aspetto dell'ipocrisia è la «proprietà». Voi giudicate colui che possiede come un essere corrotto, come un individuo rapace e la moneta quale frutto di rapina. Dimenticate invece che assai spesso questo distri­buire di ricchezza rappresenta un movimento di Legge, cioè il banco di pro­va dell’individuo nel tempo. Giudicate audacemente, ma invidiate e desi­derate quelle stesse ricchezze e porgete la mano al giudicato, così come Giuda avvicinava il proprio volto a quello del Cristo.

Le manifestazioni involutive si moltiplicano in quanto, essendo poten­ziali, essendo manifestazioni energetiche, scaturiscono da voi e, assumendo formazione d'onda, procedono nel finito e nell'Infinito colpendo ogni umano nel finito e la Legge nell'Infinito. L'onda che raggiunge l'umano viene rac­colta, captata, assimilata e porta un perturbamento psichico, predispone cioè l'individualità colpita alla patologia «ipocrisia». L'onda, passata l'atmo­sfera, sale ai piani siderali, raggiunge il vostro nastro di vita, l'incide e sarà termine di giudizio, termine di valutazione per il nuovo movimento rincarnativo.

Foste chiamati all'opera, per giungere all'opera dovete ricordare l'e­spressione del Cristo «Mihi horror sanguis frigidus». Non quindi il gelo, ma il fuoco, l'ardore, e questo fuoco e questo ardore non potrete conqui­starli, non potrete raggiungerli se non eliminerete l'ipocrisia. Quando Giacomo[1] dettò quei versi, pochi li lessero o li scorsero, nessuno, ripeto nessuno si soffermò sugli stessi, nessuno cercò di trarre tutto il significato e tutto l'ammaestramento che da essi si sprigionava e si sprigiona, valu­tandoli quali versi di poco conto e di poco pregio.

 

Il concetto di «ipocrisia» ha intanto camminato di pari passo con la vostra evoluzione e voi continuate tuttora a trascinarvi dietro questa colpa che asserite essere insita nell'uomo, mentre Io sono di parere opposto e dico che è l'uomo che se ne appropria.

 

Perché insisto su questo argomento che ad una prima analisi sembra quanto mai puerile ed insignificante? Non dovete dimenticare che la se­mina verso cui vi spingo deve essere sì parlata, ma prima e soprattutto deve essere vissuta, esemplificata; questo è il punto scottante. Infatti la se­mina fatta non sorte integralmente lo scopo, non lo raggiunge integralmen­te solo e perché questo argomento viene trascurato, pur usandolo ciascuno per proprio conto individualmente.

 

Gesù disse: «Colui che dirà “raca”[2] al fratello conoscerà il fuoco della Geenna»; questa espressione «fuoco» intende il fuoco vivo Nostro, non il vostro fuoco fisico del tempo; è il fuoco d'anima, è il fuoco della Poten­za Prima. Il rapporto fra il fuoco d'anima ed il vostro fuoco o il fuoco del vo­stro calore solare è quanto mai spaventoso, smisurato; orbene, per cancella­re questa semplice parola rivolta al fratello, necessita il fuoco divino, il fuo­co della redenzione! Quel «raca» rappresenta perciò un periodo di una de­terminata durata, di una determinata portata, di una determinata sofferenza ma, notate bene, voi avete detto «raca» solo ad un vostro simile, ad un fratello umano, non ad un fratello di sangue, non ad un congiunto. Ebbe ne, l'umanità spesso non solo dice «raca», ma fa di peggio: tace in un silenzio provocatorio, in un silenzio che offende chi lo vive, in un silenzio ipocrita contrario ai dettami della fraternità, ed in quel silenzio, in quel livore cova una sequenza di sogni, uno più negativo, uno più satanico del l'altro.

 

L'ipocrisia, che nella sua espressione grafica rappresenta meno di un granello di sabbia, nel suo significato potenziale è spaventosa, in quanto che in sé tutto quanto può esservi di satanico nel tempo, cioè invidia, gelosia ira, odio. Tutto ciò che di satanico vi è nel tempo è compreso nella espressione «ipocrisia»; colui che possiede il nefasto, negativo requisito dell'ipocrisia si maschera, perché sa che il suo è un dono negativo che farebbe fuggire qualunque umano; il possessore dell'ipocrisia maschera questa qualità negativa con un sorriso allettante, ingannatore, dimentico che suo capo stipite è stato Giuda col suo bacio traditore.

 

Se voi avete un nemico, armato quanto volete, ma leale e franco, che vi si offre e vi si presenta per il combattimento, voi avete tutte le possibilità di opporre mezzo a mezzo, difesa ad offesa; ma, quando il nemico si mimetizza in un senso ed in parvenza di sottomissione, di umiltà, di semplicità, di fraternità, appena giunto a distanza conveniente sferra tutta la sua malvagità contro di voi, voi siete presi alla sprovvista. Questo è un tradimento in atto, è Gesù che, attraverso il tradimento di Giuda, sale nuova mente sulla Croce. L'ipocrisia è la mala pianta da estirpare; Cristo/Dio di scese per predicare la Verità: «Io sono la Via, la Verità, la Vita» e vi ho dimostrato volutamente che cosa è l'ipocrisia: il tradimento!

 

Non dovete tradire neppure col pensiero il Padre, in quanto l'opera che vi è stata affidata è un'opera che non ammette opacità, vuole la trasparenze assoluta nel pensiero e nell'azione, vuole anzi che l'azione — esemplificazione — preceda il pensiero. Perché non dovete allora considerare con maggiore coscienza e con tutta la forza della ragione il valore negativo di quelle che è diventato per voi un abito sociale, non voluto dall'Eterno ma attirate da voi, in quanto comodo mezzo per mimetizzarvi secondo le necessità vitali umane? È comodo ma è satanico; è Giuda in essere, è lui che percorre ancora le vie del tempo.

 

«Chi Mi ama e vuol seguirMi lasci tutto e tutti», disse Gesù. Queste modo di generalizzare ha un significato relativo ma valido, per cui chi sente attaccato un proprio congiunto, anziché ergersi a suo difensore, analizzi l'opera del congiunto stesso e trasformi questo nel primo terreno da redimere, da arare, da seminare. Questo è solo uno dei tanti punti di partenza nell'analisi del tema proposto, che nessuno ha considerato valido e che è indispensabile lo sia. Voi, ciascuno sotto il proprio tetto, dovete estirpare la mala pianta nella forma più acconcia. Non dovete assecondare colui che ne è in possesso o ne è preda; dovete ergervi fra l'Eterno ed il colpevole dovete successivamente presentare all'Eterno il colpevole mondo della colpa. Ma è indispensabile cominciare, è indispensabile portare a termine una buona volta e sollecitamente questa opera di bonifica, perché l'opera urge.

 

«E il numero?» chiederete voi. Gesù era solo, Egli era la Divinità e voi ne siete i fratelli, siete figli dello stesso Padre. Non è il numero che conta ò la fede; la fede vuole purezza e questa purezza la si elabora prima nella propria coscienza, nel proprio Spirito, sotto il proprio tetto.

  

La causa dell'ipocrisia

Voi rappresentate tuttora una massa in evoluzione, ma costretta a re­spirare un'aere infetto che ritarderà entro determinati limiti la vostra stes­sa evoluzione. Voglio intendere con ciò che siete obbligati a respirare un'aria che voi stessi, esseri umani, avete inquinata. Qual è la causa, l'origine dell'ipocrisia, di questa morbosa malattia, di questo aere fetido? Ave­te mai pensato alla sua origine? Avete analizzata questa origine, la sua cau­sa prima?

Pensate ad Iscariota: egli è al fianco della Divinità, è al fianco del Cri­sto, ne è discepolo, Lo segue negli ammaestramenti; è in possesso, di con­seguenza, di una determinata potenza e di una determinata capacità. Eppu­re, la moneta lo attira, vende la vita del Salvatore; riconosce l'errore ed il rimorso nella sua forma massima entra in azione e provoca il suicidio; se­condo errore oltre il primo! Questo è il secondo avvenimento su cui dovete soffermarvi per l'analisi che vi ho invitato a compiere, ma il primo fatto, quello determinante, fu quello della caduta. Lucifar, il capo di coloro che voi chiamate Cherubini, Angeli, e che noi indichiamo quali Perfette Intelli­genze, pensa di poter operare indipendentemente dal volere del Padre; for­mula tale pensiero, mentre segue le direttive del Padre per potersi appropriare delle Sue prerogative, per perfezionarsi. Il Padre vede e lascia che il pensiero si elabori; poi questo pensiero origina la proposta ai fratelli di staccarsi dalla massa; di qui la colpa e la precipitazione. Voi siete altret­tanti precipitati, una infinitesimale parte dei precipitati; in una forma o in altra forma, in una quantità o in un'altra quantità, tutti avete dato l'ade­sione a quella colpa, cioè all'ipocrisia, che è il morbo del mondo. Natural­mente anche questa colpa, come tutte le altre, ha una sua graduatoria, ha le sue aggravanti e le sue diminuenti, per cui cominciano le selezioni. Non dovete partire dal principio di valutare la colpa dicendo «io sono più o meno colpevole»; la colpa per voi sussiste ed è l'ipocrisia; sarà la Legge a qualificarla.

Il verme schifoso, viscido, dell’ipocrisia si trascina tuttora fra di voi per bacarvi, per portare in voi non solo il proprio lezzo ma la propria fat­turazione satanica; da qui sorge la necessità di lasciarvi il tempo di riflet­tere ulteriormente sui fatti, per trarne le valutazioni e le conclusioni e rag­giungere quella trasparenza che è indispensabile per la ripresa.

Che cosa è l'ipocrisia? Questo è il primo interrogativo che va posto perché voi entriate nel concetto vivo della gravità della colpa. Pensate, for­zate la mente, cercate di rispondere a questo interrogativo: che cosa è l'ipocrisia? È un omicidio. Se non volete intendere l'espressione nel suo va­lore materiale, inteso quale uccisione di un individuo, si tratta pur sempre di un omicidio sostanziale, spirituale, in quanto è la distruzione di una fi­gura simbolica spirituale. L'ipocrisia, ripeto, è l'emblema del tradimento.

Ogni uomo che ha partecipato alla precipitazione, ha tradito il Padre e porta con sé fino in fondo l'impronta negativa, anche se, come ho detto, vi è una graduatoria fra i precipitati. Con questa ammissione state entran­do nel concetto di congiura e potete ammettere che si stia congiurando non da parte dell'uno o dell'altro, ma contro se stessi, oltre che contro gli altri. Osservate, se volete, l'uomo nella sua missione sublime di seminatore del Signore, lo troverete affetto da ipocrisia; osservate ora l'uomo nella sua mis­sione di cittadino operoso, attivo, materialmente onesto, non moralmente onesto, ne troverete lo Spirito inquinato da ipocrisia; guardate infine l'uo­mo nella sua missione di padre, di sposo, lo troverete affetto dallo stesso morbo. Per un motivo o per l'altro, nessuno ne è immune!

Permane, è vero, quella tal graduatoria che ho indicata; il tempo tra­scorso dalla precipitazione ad oggi è servito, i chiarimenti dati e le lezioni impartite sono stati utili. Fra di voi umani però permane ancora viscido il verme che cerca di bacarvi, che cerca di alterare la verità, che non vuole lare il falso profeta, ma che dalla vostra semplicità, dalla vostra fede, dalla vostra umiltà vuol trarre benefici propri. Per causa sua le famiglie, l'am­biente di opera sono in sussulto per l'ambizione; ma tutti questi sussulti sfuggono all'osservazione in quanto sono subdoli, sono nascosti, sono ma­scherati. Il silenzio ipocrita è distruttore. Rammentate sempre che l'uomo violento sarà punito, ma l'uomo ipocrita avrà una punizione settanta volte sette superiore. Il tradimento non è mai l'arma del grassatore, perché co­stui affronta; l'ipocrita invece non affronta, atteggia il volto ad una smorfia di sorriso, trae in inganno l'interlocutore, poi lo colpisce improvvisamente, mortalmente in senso spirituale.

Da chi opera come capo di famiglia, come sposo e padre, da chi ne è figlio, da chi opera per procurarsi il pane quotidiano, da chi opera per la semina dell'Eterno, da parte di tutti viene ancora usato questo rimasuglio della colpa prima. State attenti perché, se avete lo scatto, se la reazione è pronta e violenta, ma successivamente è immediatamente condannata dalla coscienza, le cose, dirò così, si aggiusteranno bonariamente; se invece è il silenzio ipocrita, è il silenzio traditore quello che si manifesta, allora la cosa si aggrava. Attorno a voi qualcuno sta per cedere, qualcuno sta per la­sciarsi trasportare da questi silenzi equivoci e mortali; non si tratta più di una colpa a sé stante, è una conseguenza della colpa prima, la superbia; per soddisfare la superbia si ricorre al sotterfugio dell'ipocrisia.

Il campo di indagine diventa vastissimo, se volete veramente cercare di analizzarvi per liberarvi da questa schiavitù e per incenerirla definitivamen­te. Chi ammaestra deve essere esempio; per essere esempio necessita essere spiritualmente tersi; per essere tersi necessita non essere superbi; non es­sendo superbi, si è immuni da quel contagio obbrobrioso che è l'ipocrisia.

Rileggete l'ode del Leopardi che ho richiamata all'inizio del Mio dire e valutatela; troverete anche l'accenno all'ipocrisia familiare, micidiale per gli affetti familiari, così come quella sociale è deleteria per la società, non intesa quest'ultima come semplice gruppo di individui, ma come totalità della società. L'ipocrisia è a contatto perpetuo con la coscienza; è questa che la valuta, è questa che può costringerla e dominarla. Fate allora vibrare la co­scienza, fate che la giustizia, la giustizia divina che della coscienza è mae­stra, riesca a persuadere l'individuo nella sua interezza, nella sua forma umana e sociale di come sia preferibile affrontare un nemico e chiedergli ragione di un’offesa ricevuta, piuttosto che avvicinarlo subdolamente e di­struggerlo all'improvviso.

La luce divina risplendette sul vostro pianeta nel momento stesso della vostra precipitazione, ma le coscienze rimasero, ed in parte rimangono tut­tora, volutamente nell'oscurità. Gesù è venuto a portare la luce; fate che questa luce, che è in voi stessi perché è luce di vita, vi trovi agli antipodi delle concezioni dell'ipocrisia. Dovete, ancora una volta, ridimensionarvi, revisionare il moto della vostra coscienza, onde vedere che non vi siano om­bre che la rendono tergiversante; poi la limpidezza sarà splendente come il sole, trasparente come l’acqua di fonte e sarà l’anima che sgorgherà attraverso lo sguardo e si affratellerà.



 

 

[1] Vedi DELL'IPOCRISIA

   

[2] Secondo l'interpretazione lessicale «rakà» o «reqà» (in aramaico) significa «vuoto» e sottintende «testa vuota» (n.d.r.).