La famiglia


LA FAMIGLIA - IL FANCIULLO - L'EDUCAZIONE DEI FIGLI

Gli ammaestramenti che la Legge ha elargito e che Io vi ho trasmessi sono rivolti a tutta l'umanità e costituiscono un obbligo da osservare per tutti i suoi componenti. Indicazioni precise sono offerte dalla Legge a co­loro che intendono costituire un nucleo familiare, in quanto la famiglia rap­presenta un complesso di creature che si moltiplicano o si moltiplicheran­no e pertanto la valutazione di questo nuovo organismo, dalla sua costitu­zione in poi, deve essere particolarmente seguita. Fin dal primo contatto fra maschio e femmina subentrano infatti, per l'uno e per l'altra, dei precisi doveri e cessano dei diritti, dato che da quell'unione possono aversi specifi­che conseguenze. Se avere un figlio è ammesso e voluto dalla Legge, è indi­spensabile che i due componenti il binomio, di fronte a questa eventualità, abbiano a mutare fisicamente e spiritualmente il loro comportamento ini­ziale.

Le coppie che si uniscono solo per un fattore fisico si sottraggono all’ammaestramento specifico riguardante la famiglia, mentre quelle che si legano nel Nome della Legge, sono non solo legate alle norme cristiche che si rivolgono ad ogni individualità, ma soggiacciono a quelle riflettenti il nuovo complesso. Deve comunque e sempre cessare, per le une e per le altre, il dualismo che oggi separa la famiglia dall'ambiente inteso come popolo e la famiglia non deve più essere considerata come un nucleo a sé stante, ma deve riconoscersi sempre un legame di interdipendenza fra i due nuclei sociali. La comprensione e la sopportazione sono i due elementi fondamen­tali nella vita umana, nella vita sociale, sono le due colonne che sorreggo­no la pace in ogni sua manifestazione, dalla sconfinata pace eterna alla pace domestica. Oggi la pace che il Cristo ha lasciato all'umanità non è più splen­dente come era all'origine, ma opacizzata da movimenti umani spirituali, da dissonanze. Queste dissonanze graficamente possono essere rappresenta­te da un ininterrotto moto ondulatorio, vario per durata, per potenza, ma sempre tale da scomporre la brillantezza, la trasparenza di un piano cristal­lino. Il piano cristallino è rappresentato dalla concordia ed è da questa concordia che, attraverso il ragionamento ed attraverso la fede, si giunge a concepire la portata, il valore della pace che il Cristo lasciò ai Dodici nella sua duplice forma: «Vi do la pace, vi do la Mia pace». La prima la potete considerare come la capacità di creare la pace sociale, familiare; l'altra è la pace divina, è la pace senza la quale la creazione cadrebbe, poiché ogni ritmo dell'Infinito, il palpito dell'Infinito per trasformarsi in vita, in moto vitale, ha necessità di un ambiente saturato di quella pace, dalla pace di­vina, dalla pace portatrice e trasmettitrice di energie.

Ho accennato al facile formarsi di dissonanze spirituali, quindi non coz­zi, non urti, ma, detto con espressione umana, incomprensioni spirituali. Se una creatura ha sete e le viene offerta dell'acqua normale che possiede ogni famiglia, e questa creatura, invece, vuole una coppa di acqua fresca di fon­te, cristallina, essa sa di chiedere una cosa impossibile da aversi in loco. Vi è una domanda apparentemente normale ed un'offerta negativa, dato che la cosa richiesta è impossibile ad ottenersi. Da questo fatto si crea il cozzo: la sete viene appagata con un'acqua familiare e domestica che non soddisfa integralmente il ricevente, che pretende, vuole, voleva quella tale acqua con caratteristiche specifiche.

L'esempio dell'acqua equivale al piacere di possedere qualsiasi cosa umana, al piacere di possedere il diritto di imporre il proprio pensiero sull’altrui pensiero. Se voi terrete come colonne indistruttibili del vivere la comprensione e la sopportazione, queste dissonanze spirituali scompariran­no, in quanto pensiero, ragione e coscienza, compiendo la loro missione di valutazione di ogni pensiero espresso, troveranno l'assurdità della richiesta o per lo meno il mezzo, la via, per giustificare l'impossibilità di soddisfare quel determinato specifico desiderio. La dissonanza cade, prevale la sinto­nia delle due anime, ed è questo che deve prevalere, la sintonia. Tutto il re­sto è vano, tutto il resto ha in sé una particella infinitesimale, ma esistente, di superbia; se invece la dissonanza spirituale viene distrutta, costretta sul nascere, le due colonne, comprensione e sopportazione, assolvono alla loro funzione e la pace resta il frutto ed il profumo della famiglia. Ove si manifestino, quindi, non solo negli ambienti sociali umani, ma specificatamente nelle famiglie queste dissonanze, è dovere dell'uno verso l'altro indi­viduo adoperarsi per distruggerle, non per appagarle, poiché l'appagarle significa creare i presupposti per un prossimo successivo ripetersi del fatto stesso.

L'armonica convivenza familiare e la giusta educazione dei figli si im­perniano su una rispondenza di valutazioni e di sentimenti che possono trarre alimento dalla similitudine che può offrirvi una pianta di rose con i suoi boccioli e con alcune rose già sbocciate. La pianta è unica e le sue ra­dici servono ad alimentare, a dar vita, colore e profumo ai boccioli già dischiusi. Per quei boccioli e fra quei boccioli esiste innato il senso della sin­tonia; ognuno a sé stante avverte l'uguaglianza, la fratellanza con gli altri boccioli, mentre ama le rose già dischiuse, quasi percepisse che la propria origine ha trovato principio in quelle radici promiscue che costarono la­voro, fatica ed angoscia alle rose già sbocciate ed ormai sul finire della loro esistenza.

La figura retorica, la similitudine cui Mi richiamo vi è offerta dal Padre per farvi intendere che ogni manifestazione della creazione ha lo scopo di portare nella mente, nello spirito e nel cuore degli uomini la perfezione della creazione stessa.

Chiarisco il concetto. Un nucleo familiare: le rose già aperte pronte a perdere i petali sono i capostipiti; i boccioli, più o meno aperti, sono i figli, i discendenti; tutti, in una sola unità inscindibile, sono alimentati dalle ri­nunce, dalle fatiche, dai dolori e rallegrati dal sole del Signore. Evidente­mente tutti questi figli provengono da uno sforzo unico: è il Signore che dà i figli, che fa sbocciare i boccioli e che, secondo una legge santa, li affida all'uno o all'altro centro, all'una o all'altra pianta di rose, all'uno o all'al­tro nucleo familiare. Li affida affinché i boccioli, i figli, abbiano a godere quanta più luce, quanto più calore e più sole possibili, e tutto ciò malgrado le inevitabili spine che sono per tutti, per le rose già apertesi, per i boc­cioli già maturati e per quelli in via di maturazione, ma che fanno sì che la pianta, la famiglia, sia guardata con rispetto, con amore, non con paura.

A qualcuna o a molte o a tutte le famiglie viene concessa la gioia di possedere uno o più boccioli ed evidentemente gli allevatori, le famiglie ed i loro componenti, ricevono il dono e devono conservarlo gelosamente. Nel­lo Spirito dell'infante e successivamente nella mente fisica dell'infante ne­cessita imprimere un concetto: la omogeneità, la unicità di quella famiglia, di quel complesso di rose e boccioli e, conseguentemente, il diritto per ogni bocciolo e per ogni rosa di godere di quelle energie che la Legge ha con­cesso alla pianta di erogare attraverso le radici che si sprofondano nella terra, terra del Signore che consente di assorbire le energie del Signore in modo eguale per tutti.

L'errore sorge a questo punto: le differenziazioni devono essere accu­ratamente distrutte, mentre voi le provocate e le conservate. Armonia e sin­tonia sono coefficienti indispensabili, ma come può un essere superiore cre­scerne convinto, se in lui questo concetto non è stato trasmesso, approfon­dito, inserito? Uguaglianza fra gli uomini, ma, anzitutto e prima, uguaglianza nella famiglia: nessuna differenziazione di trattamento fra il piccolo bocciolo e gli altri boccioli in via di espansione. Se manca questa ugua­glianza assoluta, avrete consentito il sorgere del principio della lotta ester­na, della guerra esterna, delle differenziazioni. Le gelosie, il rammarico, il dolore, i dispiaceri sono tutti frutto di un'incuria dell'allevatore, che ha permesso il concretarsi di differenziazioni.

Le due forme Spirito e uomo debbono svilupparsi simultaneamente, cioè, mentre la materia si svilupperà brutalmente in una forma conseguen­te alle fatiche da svolgere, l'anima si svilupperà in gentilezza, in amore, in dolcezza. L'anima perverrà così a soverchiare le brutalità della materia, altrimenti quest'ultima incapsulerà la gentilezza dello Spirito e vi manche­rà il frutto gustoso e profumato. Tutti i membri di una stessa famiglia, tutti i fiori componenti la pianta, devono, sin dal bocciolo appena formatosi, go­dere di un peso uguale, matematico, di affettività, in quanto solo così, col procedere del tempo, quella consuetudine portata nell'infante diventerà cosa ragionata, giovevole all'ambiente domestico e fuori dell'ambiente. Così si crea un essere perfetto, giovevole a Sé stesso ed all'umanità, ai propri simili.

Parlando del fanciullo mi si offre di fronte allo sguardo mentale la massa di giovani creature, di infanti, che si trovavano separati dal Cristo dalla moltitudine in attesa della divina parola ed ecco Gesù pronunciare quella espressione che rappresenta tutto un programma: «Sinite parvulos venire ad Me». Altra volta ho considerata l'espressione nel suo significato metaforico, altra volta cioè, ho considerato l'espressione «fanciullo» come riferita ad uno stato di rinascenza, di purezza, di trasparenza raggiunto dall'uomo. L'uomo potrà raggiungere la vetta cristica solo quando sarà ri­tornato fanciullo. Oggi la considerazione è diversa, oggi parlo esclusiva­mente dei fanciulli intesi come tali, nella loro semplicità, nella loro umiltà, nella loro povertà spirituale che è poi potenza, è, cioè, una povertà appa­rente che andrà maturandosi, sviluppandosi e, progredendo, darà il frutto che deve dare.

Ecco il punto scottante: lasciar maturare, far maturare, facilitare la maturazione di questo frutto infantile, il fanciullo. Perché questa separa­zione fra l'una e l'altra età? Perché considerare il fanciullo come un essere incapace di assimilare, di percepire?

Voi ritenete l'uomo in possesso di moneta, in possesso di un sapere che gli è stato elargito dal Padre, capace di essere superiore, vincitore nei con­fronti del fanciullo nella corsa verso la riconquista della vetta perduta. Sba­gliate, perché la moneta non ha valore alcuno, solo lo Spirito ha valore; l'età non ha valore alcuno, solo la Fede ha valore. Colui che si sente più importante di un suo simile soltanto perché possiede moneta o intelligenza in quantità maggiore rispetto al proprio simile è un individuo chiuso in Sé stesso ed è un essere che ripete, sotto altra forma, sotto altra specie, la colpa prima di superbia, quella superbia per cui è precipitato ed è an­cora sulla Terra.

La vostra tensione, la vostra fede devono essere volte, dirette, solo ed unicamente a preparare i nuovi seminatori. Soccorrete e aiutate sviluppan­do queste doti, queste attitudini e considerate il fanciullo come una quan­tità pari a voi, in sviluppo, ma pari a voi. Dovete cioè considerare l'essere capace di percepire la potenza dell'Eterno attraverso la vostra capacità esplicativa, non dovete insegnare a questa prole a bearsi delle ricchezze possedute dai familiari o di un sapere particolare, dovete bearvi, e lasciar beare i fanciulli della capacità di conoscere l'Increato, l'Eterno, attraverso la creazione della quale vivete. L'opera che vi addito va iniziata nei primi dì della giovinezza, diversamente, vi troverete in età avanzata nella condizione di esporre all'uno e all'altro due dialoghi diversi fra padre e figlio, fra madre e figlio, fra fratelli. Questa capacità di sintonizzare l'uno e l'altro sa­pere vuol dire inculcare dolcemente, ma efficacemente nello Spirito dei fan­ciulli la costante presenza del Padre fra di voi. Egli fa parte integrante, è parte vitale dei Cieli; dovunque voi siate, dovunque vogliate portare e dobbiate portare l'insegnamento ai pargoli è presente l'Onnipotente: Egli è tutto ed ovunque.

Qualcuno sorride, qualcun altro medita; chi sorride dice: «Io ho esau­rito il mio compito, ho utilizzato il mio sapere o lo utilizzo». Come l'hai utilizzato? - chiedo Io - hai seguito lo stesso cammino che ha seguito Gesù ed in tal caso puoi dire anche tu «lasciate che i fanciulli vengano a me» oppure questo cammino l'hai seguito umanamente, socialmente con quella forma ibrida e torbida che è sgradita alla Legge? Allevare umana­mente i fanciulli ed inculcare loro le norme di vita necessarie alla loro età, ma certe energie cristiche, energie divine, devono trovare il loro am­biente fin dall'età più immatura. L'espressione Gesù/Cristo, Cristo/Dio, che voi ripetete con tanta devozione, deve continuamente essere ripetuta ai fanciulli al fine di diventarne parte integrante, affinché mai la creatura possa pensare di essere sola. Se fosse sola avrebbe contro di sé Satana, mentre Cristo/Dio fiancheggia questa creatura ed è lo Stesso che vi ha soccorso e vi soccorre tutti, è la stessa Potenza, quella che difenderà il fanciullo, che servirà, nell'ora del trapasso, a rendervi lieto questo transito.

Tutto ciò deve essere detto in forma dolce, in forma di favola, deve essere portato nella mente, nel pensiero, nello Spirito del fanciullo e, inne­stando accanto ad essi i due concetti laterali, ragione e coscienza, comin­cerete a formare la Figura Divina che deve aleggiare costantemente, per­petuamente nello Spirito del fanciullo, che domani sarà uomo.

Seminare è il compito vostro, ma voi lo dovete trasferire nel fanciullo. Seminare non deve più rappresentare una fatica per l'infante, ma un desi­derio, un bisogno derivante dalla spiegazione che saprete offrirgli che la vita è movimento, la vita è lavoro, la vita è fatica, la vita è dolore. Il fanciullo deve abituarsi a questi assiomi: «Non si può vivere se non si soffre», «Non si può vivere se non si fatica». Le difficoltà che oggi voi riscontrate nell'allevare un fanciullo sono duplici, in quanto Noi intendiamo che que­sto sapere sia portato nell'infante nella sua capacità potenziale, spirituale, mentre voi volete, trovandone minor fatica, portare il fanciullo al sapere umano, volete farlo primeggiare alunno fra gli alunni, non Spirito fra Spiriti. Noi vogliamo che l'adulto giunga alla capacità di opera avendo già acquisito tutti questi requisiti, tutte le capacità e le energie necessarie ed indispensabili per compiere l'opera propria.

Soccorrere! Quante volte ho detto che per carità non intendo l'elargi­zione di moneta, ma l'elargizione di anima! Cristo è l'esempio della carità, Egli è giunto al proprio sacrificio, alla propria rinuncia, alla distruzione del­la propria personalità divina per sanare le vostre colpe. Questo è il con­cetto che, progressivamente sviluppato, deve essere portato nelle creature che vi circondano. Col pensiero rivolto a questo «soccorrere» rivolgete ora lo sguardo alle creature che vivono nel vostro ambiente, nella vostra fami­glia; esse non devono più vegetare, devono vivere. Cercate di assecondarle, ma anzitutto cercate di portare in esse un duplice concetto, quello di Fede nella sua realtà, non nella sua ipocrisia, ed il concetto di Amore anch'esso nella sua realtà, non nella sua forma moneta.

L'insegnare ai fanciulli ad elargire la moneta si chiama carità, l'inse­gnare ai fanciulli a rinunciare, a dolorare, a soffrire per alleggerire le sof­ferenze, le fatiche, i dolori altrui si chiama pietà. Sono due forme di carità, una è sociale, è umana ed ha un determinato valore relativo non certo in­dispensabile alla risalita, alla ripresa della posizione prima, l'altra è la via stessa percorsa dal Cristo e deve essere il programma da tracciare che ha un'unica meta, il Padre. Tutti i vari aspetti della vita familiare vanno con­siderati, perché è tempo che si abbia ad avere esatto lo stato di rapporto esistente fra i componenti di un complesso familiare e la massa esterna ed il popolo e i popoli e le nazioni, in quanto vi sono rapporti di interdipen­denza spirituale che voi non concepite, non conoscete. Non vi è un essere isolato, ogni essere è in rapporto inconscio con un altro suo simile; se voi portate un individuo, nell'infanzia, verso la perfezione, verso il miglioramen­to per lo meno, voi, involontariamente, portate lo stesso insegnamento al­l'essere che è in contatto spirituale, che è legato spiritualmente col vostro simile e quindi la vostra semina sarà duplice e contemporanea.

Il filo che lega un membro della famiglia all'altro membro della fami­glia è un filo sofferente delle stesse incertezze, degli stessi tremori, degli stessi disguidi sofferti dal filo che lega un popolo all'altro popolo. L'am­biente familiare nel suo intimo, in tutti i suoi valori, va considerato onde poter divulgare questa concezione superiore: la famiglia non deve essere considerata a sé stante, ma deve essere una parte partecipante al complesso. Non più dunque un dualismo fra famiglia ed ambiente (popolo), ma un legame costante e la coscienza di quel legame, la coscienza dell'esistenza di quel legame. Questa è la concezione partendo dalla quale dovete por­tare, quotidianamente e sempre amorosamente ma fermamente, l'educa­zione spirituale ed umana e sociale nella creatura. Non vi può essere un progresso umano se non vi è in anticipo un progresso sostanziale, sia pure in formazione. Convincetevi che è necessario, è indispensabile che i fanciulli siano educati prima spiritualmente, poi umanamente. Per essere ammae­stratori necessita essere abili condottieri, abili insegnanti, abili operatori, ma per essere «facitori di pace» occorre cominciare verso voi stessi a pla­smarvi ed a sintonizzarvi. Quando soggiungo «disumanizzatevi», intendo invitarvi a togliervi di dosso le scorie, ad essere partecipi di quel gruppo di fanciulli che dovranno andare al Cristo/Dio, cioè proseguire sulla via retta già scelta. La «dolce fermezza», che ritenete necessaria per l'educa­zione spirituale delle creature, è un frutto che ognuno di voi deve aver ma­turato prima, attraverso quelle tre preghiere cui ho accennato a suo tem­po, fatica, dolore, pianto, non intesi egoisticamente. Quando avrete raggiun­to le tre possibilità di soffrire, di faticare, di piangere per la sofferenza, per il faticare ed il piangere del fratello, allora potrete concepire il signifi­cato di quella dolce fermezza, indispensabile per l'educazione spirituale del­la creatura.

- Come si giustificano le frequenti ribellioni dei figli verso i genitori?

Ciò che per voi oggi è ribellione rappresenta una conseguenza dello sta­to di trasformazione in cui si trova non solo l'umanità ma l'ambiente che ospita l'umanità. Voi dite: «si stanno perdendo le razze, si stanno disper­dendo i minerali, non esistono più varie specie di vegetali», e questa è, in­fatti, un'opera che, insensibilmente e nonostante tutti i ripari ai quali corre l'umanità, deve compiersi e si compirà. Non vi è uno stato di ribellione per la ribellione, vi è uno stato di diversa concezione mentale, non spirituale; l'uomo nella forma giovanile usa, a torto e per errore, la forma violenta, brutale, ma è la mente che sta sconvolgendosi per ricomporsi, è il famoso «mondo delle idee» che segue la trasformazione terrena, è là che si ini­ziano le modificazioni, le trasformazioni, le metamorfosi.

Voi dovete reprimere per quanto è possibile e, meglio che reprimere, frenare, guidare, poiché il compito dei genitori fu, è e sarà fino alla fine un compito di educazione spirituale. Dovete quindi guidare per i giusti sentieri la prole, senza far carico ai genitori di aver errato il sistema. Non dovete usare la mano di ferro, non il pugno pesante, ma la mano che fa sentire la propria sicurezza nella guida, la mano che sa non cedere quando non deve cedere, che sa dare alla creatura l'amore che spetta di diritto al Padre, Sorgente dell'Amore, e dare al figlio, nel contempo, quell'alimento del sa­pere, o per lo meno del conoscere, che non sempre viene dato o viene dato inopportunamente.

Il ricco può creare una creatura non avida, non avara; non avida, cioè cosciente del valore della moneta e delle possibilità di utilizzarla non per il proprio sé, ma per le altrui necessità. Dovete, in altri termini, inculcare nella prole il concetto di collaborazione; dovete dire a questi virgulti, a questi fiori, che essi esistono non per la volontà del padre e della madre, ma per un disegno divino che è sconosciuto agli uomini. Dovete insegnare il rispetto, il timore e l'ossequio al Padre Divino; dovete far riconoscere nel padre e nella madre due guide ineccepibili, due guide perfette. Il figlio, il neonato, deve sentire nella madre e nel padre la certezza della verità, la luminosità della verità; ciò che è affermato dai genitori deve essere ritenuto e deve essere la verità e niente altro che la verità. Il fanciullo sente che dal padre e dalla madre si sprigiona un'energia differente da quella sprigionantesi dai propri simili, per cui si lega ai due maestri di vita. Questo è il mo­mento in cui si devono afferrare saldamente le briglie, senza tenderle subito, ma facendone sentire la presenza ed a piccoli tratti anche la potenza.

La saggezza deve essere la compagna continua, costante di ogni connu­bio; non si può errare nel dare un consiglio ad una nuova creatura, il con­siglio deve essere preciso. Ritorno con ciò al «mondo delle idee»: il pen­siero, la ragione, la coscienza, ed il fanciullo che riceve il frutto dell'analisi della coscienza.

A TUTTE LE MADRI

Non è amore la connivenza con il figlio, ma è colpa.

La connivenza sta nell'assecondare passivamente le disarmonie e gli er­rori dei figli.

Amare significa correggere, sfamare, dissetare.

Amare la prole significa assisterla plasmandola. Amare significa consi­derare i piccoli difetti come mostruosità, i grandi pregi come quantità in­finitesimali. Amare significa portare alla prole capacità analitiche tali da consentire alla prole stessa le capacità di autocritica e di autodominio.

È quindi in colpa sia la madre acquiescente sia la madre violenta ed esasperata. La madre deve essere considerata come l'anello di congiunzione fra la propria prole ed il Divino, in quanto a Lui essa dovrà rendere conto di come seppe allevare l'arboscello affidatole.

Le madri siano dolci ed amorose, ma giuste e soprattutto inflessibili per le colpe aventi in sé evidente e chiara l'impronta satanica. Non una stolta, assillante reprimenda, ma una vigilanza costante ed amorosa, affin­ché la madre non abbia a trovarsi un giorno di fronte, anziché il diritto fu­sto di un albero sano, le gibbosità e le contorsioni di un albero dominato da Satana.